In nome del bene comune

Stamane mi sono svegliato con dei messaggi di amici incontrati in viaggio, informandomi che stavano bene e che l’attacco terroristico di ieri sera a Bangkok non ha provocato panico tra la popolazione. Sono triste, nonostante i miei amici stiano bene. Un’altra frecciata alla liberta’, quella di movimento, e’ stata conficcata. Allora scrivo e penso.

L’unico modo per spezzare l’ennesima frecciata è cominciare o continuare a muoversi: a casa, nel proprio territorio, su un treno, a piedi, in bicicletta, in autostop, in qualunque modo e ovunque. L’unico modo di lasciare un segno su quella freccia spezzata è non aver paura della morte, identificarsi coi propri valori con le radici nel cuore e chissà i rami nell’altrove. L’identificazione di se stessi è una forma di alienazione che si concretizza in un unico valore che va condiviso. È un processo che implica una presa di posizione ben lungi dall’idea di speranza, volta a guardare al futuro come un bene comune di ogni individuo in nome di nessun essere immateriale, ma fatto di carne e ossa.

La capacità d’identificarsi con l’intorno sociale e territoriale di riferimento è espressione  di libertà. Se si è liberi non si ha timore della morte e di quelle frecciate, ma si ha voglia di vivere. Quelle frecciate sono motivo per correre di più e di non fermarsi. Quelle frecce, sono dei messaggi di minaccia rivolti alla massa; noi non siamo quella massa, ma quella massa e’ tale grazie a noi.
Per questo scrivo, spezzo la freccia e mi muovo, perché col movimento mi identifico, condivido e documento che amare è naturale, mentre odiare è la paura di essere se stessi.

La mia tristezza si spezza mentre realizzo che milioni di frecce si possono spezzare ogni secondo e che altrettanti milioni di esse possono farlo allo stesso modo: non basta sentirsi liberi, ma bisogna esserlo per condividere la propria esperienza in nome del bene comune.

A.M.

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